Il paese dove abito, secco ed isolato, ha sempre avuto difficoltà d’approvvigionamento idrico. Già in epoca romana furono approntate grandi cisterne sotterranee per la raccolta e conservazione dell’acqua piovana. Ora, finalmente, l’acqua potabile arriva con una condotta apposita ed i serbatoi non servono più.

Durante i lavori di ristrutturazione della mia casa, scoprii che nel mio cortile, in prossimità del fabbricato, ne esistevano un paio, interrati, vuoti ed inutilizzati, scavati nella roccia compatta. In casa, non avevo lo spazio per costruire un plastico ferroviario, ma là sotto... chissà. Dopo vari rilievi ed ispezioni effettuati con periti specializzati, il progetto non appariva impossibile perché le due cisterne, seppur non vicine tra loro, erano comunque parallele, spaziose ed alla medesima profondità, quindi l’idea di poter ricavare un grande spazio da dedicare al mio hobby sembrava praticabile.

L’esame dello stato dei luoghi evidenziò che la coppia di cisterne era divisa da due metri di roccia calcarea piena. Ovviamente, il loro interno era grezzo e molto irregolare: non c’era pavimento, ma solo uno scavo di forma più o meno sferica, impermeabilizzato con uno strato di cemento, una particolare tecnica usata molti anni addietro. In più, le attività di ristrutturazione della casa erano finite da poco, e non avrei potuto utilizzare macchinari ad aria compressa od elettrici per bucare la roccia viva, a causa delle vibrazioni che si sarebbero propagate nei muri dell’immobile sovrastante, con rischi di creare crepe o cavillature.

Così mi appoggiai ad un paio d’ingegneri a cui chiesi un consiglio (e ottenni un progetto) sul modo migliore di preservare la staticità e rinforzare le fondazioni in caso di lavori sotterranei. Dapprima mi guardarono perplessi: “...lavori sotterranei? Hai intenzione di scavare un tunnel per la metropolitana?”. Secondo gli ingegneri, l’unico modo per evitare vibrazioni era quello di bucare e rompere la roccia a mano con gli attrezzi adatti. Tempo previsto per un lavoro di più persone: tre settimane circa. Subito feci provvista di attrezzi e mi procurai vari tipi di pesanti mazzette, scalpelli per roccia a punta ed a taglio con differenti misure e grandezze, un palo di ferro per poter fare leva nelle cavillature, cunei di acciaio di formati diversi per allargare e spaccare la roccia viva, ed infine un’adeguata attrezzatura protettiva per evitare di farsi male durante l’effettuazione dei lavori di foratura.

Mentre facevo gli acquisti, ripensai alla procedura per i lavori, e mi accorsi che mancava la luce: mica potevo lavorare al buio! Così dovetti prima realizzare un impianto di illuminazione provvisorio, collegato alla rete di casa, aggiungendo alcuni faretti (protetti da griglie parasassi) in modo da avere piena luce nella zona del futuro scavo. E la luce fu. “...e l’aria? Come potrò respirare, lì dentro?” esclamai da solo ad alta voce ripensando al previsto svolgimento dei lavori. Altro stop all’inizio dello sterro, onde metter mano ad un impianto d’aspirazione con due pompe e due condotti separati, uno per risucchiare l’aria satura di polvere dal locale e l’altro per introdurre aria fresca, filtrata e ben pulita all’interno del cunicolo.

Bisognava anche costruire una scala d’accesso, anche se provvisoria, per scendere più comodamente nella prima cisterna, utilizzando la vecchia imboccatura d’ispezione posta esternamente al perimetro della casa. Da questo piccolo passaggio avrei introdotto tutti i materiali, gli attrezzi ed ovviamente me stesso. Scesi a guardare l’antro illuminato a giorno: avevo organizzato ogni cosa ed ero pronto ad iniziare i lavori. Nottetempo (mi sembrava l’orario più opportuno per il primo colpo di mazza...), iniziai praticando piccoli scassi nella roccia dove inserire i cunei d’acciaio per colpirli poi con le mazzette ed ottenere le prime spaccature. Una scena da film: sembravo un detenuto costretto a scavarsi la cella da solo! I lavori proseguirono per un mesetto e riuscii ad aprire nella pietra calcarea un varco lungo più di tre metri, alto due e largo 70 centimetri.* Fu davvero emozionante quando cadde l’ultima parete che divideva i due locali. Nel corridoio così scavato fu montata -mano a mano che il cunicolo procedeva- una serie di travi di ferro a doppia T da 20 cm di spessore per rinforzare la volta dello scavo ed evitare cedimenti strutturali.

Nel frattempo però la prima cisterna si era quasi riempita dalla roccia sbriciolata e ridotta in frantumi: un’altra bella sfida per eliminarla e far uscire tutto il materiale di risulta da un pertugio posto ad un’altezza di tre metri da dove posavano i miei piedi! Mi organizzai con un sistema di argano e carrucole, e con l’aiuto di un’altra persona, riuscimmo a ripulire il locale dai detriti dello scavo, smaltendoli in una grotta bluastra, non distante e poco visitata d’inverno.

A questo punto avevo realizzato gran parte delle attività necessarie per ricavare il futuro locale del plastico. Finiti i lavori da minatore, il passo successivo fu quello di ristrutturare l’interno delle due cisterne, ormai diventate a tutti gli effetti dei vani utilizzabili. Per prima cosa, creai un ingresso più comodo e più largo, aggiungendo un piccolo vano coperto con accesso e discesa indipendente, diversa da quella finora usata per i lavori.

Realizzai uno scalone abbastanza ampio (compatibilmente con il poco spazio a disposizione) utilizzando tavole di legno stagionato di spessore 60 mm. Realizzato fuori opera, lo scalone risultò molto pesante ed ingombrante: con l’aiuto di altre persone, riuscimmo a trasportarlo ed a montarlo in sicurezza.

Rifeci tutta la pavimentazione delle cisterne uniformando e livellando attentamente la gettata con malta cementizia apposita, sistemando poi anche le pareti curve. Eseguita questa operazione, applicai -su entrambi i locali e sul corridoio che li unisce- uno specifico materiale isolante per bloccare l’umidità di risalita, soffitti compresi. Realizzai anche un controsoffitto per isolare al meglio l’esistente copertura in mattoni e travi metalliche, utilizzando travetti in legno e pannelli in multistrato di betulla con spessore 12 mm. Infine, mi tramutai in elettricista: lunghi cavi di adeguata sezione furono stesi per dotare i locali della corrente necessaria; installai anche i quadri elettrici, gli interruttori e le prese in ogni punto dell’intero vano. L’ultima fase fu la tinteggiatura: stesi a rullo e pennello un prodotto specifico per locali interrati, di tipo antivegetativo in colore bianco. Dopo sei mesi la sala per il plastico era pronta.

Dopo sei mesi la sala per il plastico era pronta. Sotto alla scala d’ingresso ricavai anche lo spazio per il tavolo di lavoro e lì mi sedetti con carta e matita in mano: il plastico, come lo faccio? Panico da foglio bianco.

Immaginare è una dote di natura, ed a me manca. Il progetto iniziale infatti non è mai esistito: sono senza esperienza e non ho abilità nel disegno. Ma, nel frattempo, almeno potevo pensarci. Poi l’idea s’accese da sola, come una fiaccola nel buio. Ai canoni estetici tipicamente bucolici, preferisco il modellismo industriale e, tra questo, mi hanno sempre affascinato gli impianti di raffinazione del petrolio. Enormi, sterminati, giganteschi, essi occupano nella realtà chilometri quadrati, e quindi, per rappresentarne in scala HO anche solo una piccola porzione, era senz’altro necessario includervi almeno le parti principali. Ne seguì la necessaria documentazione: per il reale consultai le riviste specializzate, esaminai moltissime fotografie, visitai il web, sentii gli amici occupati nel settore. Poi toccò ai cataloghi modellistici, solo per comprendere che avrei dovuto costruire da solo quasi tutto, ed il plastico mi appariva davvero enorme. Mi ci buttai a capofitto, con un progetto elementare: avrei imparato strada facendo.